Passaggio di proprietà

Entra nello studio con quell’aria di chi deve chiedere un favore ma non sa bene da dove cominciare, e infatti non comincia affatto dal punto giusto, ma si siede, si sistema sulla sedia, si schiarisce la voce e mi guarda come se stesse per parlarmi di una cosa molto delicata, che in effetti lo è, solo che io ancora non lo so.

“Buongiorno dottò… ehm… niente, sono passato perché insomma… mi servirebbe una dentiera pure a me, che ormai qua davanti non mastico più manco una banana matura, però prima volevo dirle una cosa… così, per correttezza.”

Lo guardo meglio e lo riconosco.

“Ma lei è il figlio del signor Rossi, vero? Quello che abbiamo sistemato qualche mese fa?”

“Eh sì, sono io. Infatti è proprio per quello che… cioè… vabbè, glielo dico dopo.”

Non promette bene.

“E suo padre come sta? Non l’ho più visto al controllo.”

Lui abbassa un attimo gli occhi, poi li rialza.

“Eh dottò… papà è mancato. Così, all’improvviso. Non per i denti, eh, per carità, quelli andavano che era una bellezza.”

Resto serio.

“Mi dispiace.”

“Grazie. Però guardi, glielo dico, della dentiera era contentissimo. Diceva che finalmente poteva mangiare pure la crosta del pane senza sentire che gli mancava l’aria. Poi vabbè… l’aria gli è mancata lo stesso, ma quella è un’altra storia.”

Annuisco lentamente.

“Quindi non aveva avuto problemi con la protesi?”

“Ma no, zero problemi. È proprio questo il punto… cioè… ecco… il fatto è che…”

Comincia a grattarsi la testa, si muove sulla sedia, guarda la porta come se potesse ancora scappare.

“Il fatto è che l’ha usata poco.”

La frase resta lì, sospesa come un filo steso tra noi.

“Poco in che senso?” chiedo con calma.

Lui non risponde subito. Invece infila la mano nella tasca interna della giacca, con un gesto lentissimo, come uno che sta per tirare fuori un documento compromettente. Io penso ai fogli, ai preventivi, magari alle vecchie ricevute. Invece no.

Tira fuori una scatolina.

La apre.

E sul tavolo, con una delicatezza che non avevo mai visto prima, appoggia la dentiera del padre.

“Ecco.”

La guardo. La riconosco. È perfetta.

“Dottò, guardi che è nuova. Cioè… nuova no, però quasi. Papà l’ha messa pochissimo, giusto il tempo di dire “oh finalmente” e poi… vabbè.”

Resto in silenzio, perché so che non è ancora arrivato al punto, ma ci sta girando intorno come uno che deve chiedere un prestito grosso.

“Io adesso, vede, pure io sto messo male. Qua davanti mi si è smontato tutto. E rifarla nuova, la dentiera, costa. E io non è che navigo nell’oro. Tra il funerale, le spese, il mutuo… insomma, mi sono detto: ma non è che si può… come dire… dare una sistemata a questa?”

Lo dice quasi sussurrando.

“In che senso sistemata?” chiedo, anche se ho capito benissimo.

“Eh… adattata. Un po’ limata, un po’ aggiustata. Tanto siamo padre e figlio, qualcosa in comune ce l’abbiamo. Il naso è uguale, le orecchie pure… magari pure la bocca.”

Lo dice con una faccia che è metà speranza e metà vergogna.

“Capisco che può sembrare strano,” continua subito, come se volesse difendersi da solo, “però mi sembrava un peccato lasciarla nel cassetto. È stata pagata, dottò. Pagata bene. E praticamente non ha fatto in tempo a consumarsi.”

La dentiera, sul tavolo, sembra ascoltare.

“Guardi,” gli rispondo con calma, “una protesi è fatta su misura. Anche se siete padre e figlio, la bocca è diversa. Le gengive sono diverse, l’appoggio è diverso.”

Lui annuisce, ma non molla.

“Sì, ho capito, però magari si può fare una via di mezzo. Non dico perfetta, io mi accontento. Basta che non mi balla mentre mangio. Perché se mi cade nel piatto davanti agli altri, poi la figura la faccio io, non papà.”

Devo trattenermi dal sorridere.

“Non è solo questione di farla entrare,” spiego. “È che deve stare ferma, non deve farle male, non deve creare piaghe.”

“Io sono resistente, dottò. Ho fatto il muratore vent’anni. Un po’ di fastidio lo reggo.”

“Non è un fastidio qualsiasi.”

Lui sospira e guarda la dentiera come se fosse un investimento sbagliato.

“È che mi sembrava assurdo rifarla tutta nuova quando questa qua è ancora buona. Mi sono detto: possibile che non si possa riciclare un sorriso? Ormai si ricicla tutto.”

La frase è così ingenua che quasi fa tenerezza.

Resto un attimo a pensare, poi gli dico: “Facciamo così. Quella di suo padre la tenga come ricordo. Per lei ne facciamo una nuova, fatta bene, su misura. Però vediamo di venirci incontro sul prezzo.”

Mi guarda come se non avesse capito.

“In che senso?”

“Nel senso che posso applicarle uno sconto. Non enorme, perché il lavoro è quello, ma qualcosa che la aiuti davvero.”

Resta qualche secondo in silenzio, poi dice piano: “Uno sconto vero? Non tanto per dire?”

“Uno sconto vero.”

Lo vedo rilassarsi.

“Dottò, io non volevo mancarle di rispetto portando quella di papà. Mi vergognavo pure un po’. Però con i soldi che girano adesso… uno prova a pensare.”

“Ha fatto bene a chiedere.”

Lui richiude la scatolina con cura e la rimette in tasca.

“Allora facciamola nuova. Però mi raccomando, che mastichi forte. Che almeno questa la uso più di papà.”

“E ai controlli ci torna.”

“Eh, stavolta sì. Che non voglio che mio figlio venga qua tra qualche anno con la mia in tasca.”

Ci guardiamo un secondo.

Ridiamo entrambi.

Quando esce, penso che alla fine non era una richiesta assurda. Era solo un uomo che cercava di non sprecare niente, nemmeno un sorriso.

E in fondo, tra il riciclare una dentiera e rifarne una nuova con un po’ di aiuto, la differenza non è tecnica.

È umana.