Questa storia mi è stata raccontata da una mia collega di Bologna, [1] e ogni volta che la racconta ride ancora, ma con quella risata nervosa di chi ha capito troppo tardi di essere stata, per qualche settimana, inconsapevolmente parte di un sistema parallelo.
Aveva rilevato lo studio da pochi mesi, un appartamento elegante in una via centrale, con il portone pesante, l’ascensore lento e quell’odore di cera e discrezione tipico dei condomini dove la gente fa finta di non sapere nulla degli altri. Lo studio era esattamente di fronte a un altro appartamento, sempre al piano, sempre con la porta ben tenuta, sempre con un viavai curioso ma silenzioso di uomini soli.
All’inizio la mia collega aveva pensato a uno psicologo. Del resto, certi ingressi silenziosi e certi volti concentrati si spiegano benissimo con la psicanalisi. Poi aveva ipotizzato uno studio di consulenza, magari un commercialista particolarmente abile nel trasformare l’angoscia fiscale in ottimismo dichiarativo. In fondo si entra da un consulente con la fronte corrugata per le scadenze e si esce con quella leggerezza sospetta di chi ha appena scoperto che l’IVA, se ben interpretata, può diventare quasi un’opinione.
Tuttavia, un dettaglio statistico cominciava a disturbarla: si trattava sempre e soltanto di uomini. Sempre soli. Mai una cartellina, mai una borsa ventiquattrore, mai un’aria da dichiarazione dei redditi.
Non si fermavano mai a parlare tra loro sul pianerottolo. Arrivavano uno alla volta, con un’espressione tesa e concentrata, come chi sta per affrontare qualcosa di impegnativo ma necessario. E uscivano diversi. Non semplicemente sollevati, ma visibilmente… alleggeriti. Alcuni si sistemavano la cintura con un gesto meccanico, altri si ricomponevano la giacca con cura eccessiva, altri ancora passavano una mano tra i capelli con quella compostezza studiata di chi ha appena superato una prova personale e preferisce non commentare.
Era un’aria un po' troppo soddisfatta per parlare di detrazioni fiscali.
Il giorno dell’equivoco, tutto iniziò con una distrazione. L’ultimo paziente della mattina, uscendo, lasciò la porta dello studio socchiusa. Non spalancata, ma abbastanza aperta da sembrare un invito.
Pochi minuti dopo, un uomo sulla cinquantina, ben vestito, curato, con un’aria di chi sa esattamente cosa vuole, entrò senza esitazione e si sedette in sala d’attesa. Non guardò la targa. Non fece domande. Si accomodò con quella calma determinata di chi è arrivato nel posto giusto.
Accanto a lui c’era già il signor Berti, un paziente vero, uno di quelli con una carie profonda che ormai gli pulsava dentro come un promemoria biologico.
Dopo qualche minuto di silenzio, il nuovo arrivato si voltò verso di lui con un sorriso complice.
“Anche lei è qui per una prestazione completa?” chiese con naturalezza.
Il signor Berti sospirò, portandosi una mano alla guancia. “Direi proprio di sì. È da settimane che lo sento crescere. All’inizio era una cosa piccola, quasi trascurabile, ma col tempo si è ingrossato e adesso è diventato impossibile da ignorare.”
L’altro annuì con comprensione sincera. “Succede spesso. Quando si trascurano queste cose, tendono a indurirsi e a diventare più esigenti.”
Il signor Berti lo guardò con rispetto. “Esatto. Ormai è duro, sensibile, e soprattutto pulsa. Ci sono momenti in cui lo sento chiaramente, come se avesse una vita propria.”
“È il segno che ha bisogno di un intervento deciso,” disse l’altro. “Qui sono molto brave a lavorare in profondità, arrivano fino in fondo senza esitazioni.”
Il signor Berti si avvicinò leggermente all’altro, abbassando la voce con quella confidenza tipica di chi condivide un problema ormai ingestibile.
“Guardi, la situazione mi è proprio sfuggita di mano. All’inizio era una cosa piccola, quasi trascurabile. Poi si è gonfiata, si è fatta dura, tesa… e adesso pulsa in modo continuo. Ci sono momenti in cui la pressione aumenta così tanto che sembra chiedere di uscire.” [2]
L’altro annuì con un’espressione partecipe.
“Ho anche provato a risolvere da solo,” continuò Berti con un filo di imbarazzo. “Ho fatto un po’ di pressione, cercando di farla scaricare. In parte qualcosa è uscito, e per qualche minuto ho sentito un sollievo quasi liberatorio. Ma è stato solo un attimo. Dopo poco si è rigonfiata come prima.”
“Capisco perfettamente,” disse l’altro con tono solidale. “Quando si arriva a quel punto, il fai-da-te non basta più.”
“Infatti,” sospirò Berti. «Ho bisogno di qualcuno che sappia dove mettere le mani, che la lavori con decisione e la faccia scaricare completamente, senza lasciare niente dentro.»
“Le posso garantire che qui non lasciano mai nulla a metà,” rispose l’altro con un sorriso che tradiva esperienza. “Quando iniziano, vanno fino in fondo. Non si limitano a sfiorare la superficie: lavorano con metodo, insistono dove serve e arrivano anche nei punti più nascosti, quelli che da soli non si riesce nemmeno a raggiungere.”[3]
Il signor Berti chiuse gli occhi per un istante, come per visualizzare il momento tanto atteso. “Io ormai non vedo l’ora. Ci sono notti in cui lo sento pulsare così forte che mi tiene sveglio. È una pressione continua, profonda, quasi ritmica. A volte sembra che voglia esplodere da un momento all’altro.”
L’altro annuì lentamente, assumendo un’aria grave e comprensiva. “La notte amplifica tutto. Quando si è soli, ogni sensazione diventa più intensa, più urgente. È proprio lì che si capisce che non si può più rimandare.”
“Esatto,” continuò Berti con crescente convinzione. “È come se chiedesse attenzione costante. Non mi lascia in pace un attimo. E più provo a ignorarlo, più si fa sentire.”
“È sempre così,” confermò l’altro, con una sicurezza che nasceva da tutt’altra esperienza. “Quando qualcosa cresce e si fa duro, non basta far finta di niente. Prima o poi pretende di essere affrontato.”
Ci fu un silenzio breve ma denso, di quelli che sembrano pieni di comprensione reciproca.
Solo che ciascuno stava immaginando una scena decisamente diversa.
“Lei viene spesso?” chiese il signor Berti.
L’uomo sorrise con una calma quasi nostalgica. “Diciamo che conosco bene l’ambiente. La prima volta ero teso, non sapevo cosa aspettarmi. Ma poi ho capito che era inutile resistere. Quando si è nelle mani giuste, conviene lasciarsi andare.”
Il signor Berti si sentì rassicurato. “Io temo il momento iniziale. Quando iniziano a lavorare.”
“È normale,” disse l’altro. “All’inizio c’è sempre una certa… tensione. Ma poi, quando entrano nel vivo del lavoro, tutto cambia.”
Il signor Berti si piegò leggermente in avanti. “Secondo lei è meglio affrontarlo subito o lasciare che procedano gradualmente?”
“Dipende da quanto è pronto. Alcuni preferiscono un intervento diretto, altri hanno bisogno di più tempo per adattarsi alla situazione.”
“Io credo di essere pronto,” disse il signor Berti con convinzione. “Non voglio più convivere con questa cosa che pulsa dentro.”
L’altro annuì con approvazione. “È la scelta giusta. Più si rimanda, più diventa difficile intervenire.”
“Mi hanno detto che qui lavorano molto bene con la bocca,” aggiunse il signor Berti con un misto di imbarazzo e speranza. «Ho bisogno di qualcuno che sappia metterci le mani sul serio, che non si limiti a guardarlo ma che vada fino in fondo, con tutta la sensibilità che la situazione richiede.»
L’uomo sorrise con l’aria di chi parlava per esperienza diretta. “Può stare tranquillo. Qui la bocca è lo strumento principale. Sanno usarla con grande competenza, sanno adattarsi alla situazione e soprattutto non si fermano appena incontrano una difficoltà. Continuano finché il lavoro non è completo e lei non sente più nulla.”
Il signor Berti sospirò profondamente. “Non vedo l’ora di uscire da qui e sentirmi finalmente… svuotato.”
“Succederà,” disse l’altro con sicurezza. “E quando uscirà, si sentirà completamente diverso.”
Proprio in quel momento la porta si aprì e la mia collega apparve sulla soglia.
“Il prossimo, prego.”
I due uomini si alzarono contemporaneamente.
Si guardarono.
Il signor Berti fece un gesto cortese. “Prego, vada pure avanti. Lei sembra più esperto.”
L’altro annuì, sicuro di sé, ed entrò.
Dopo pochi secondi uscì con un’espressione confusa.
“Mi scusi,” disse alla mia collega, “ma qui… fate solo denti?”
“Sì,” rispose lei.
Lui annuì lentamente.
“Allora ho sbagliato porta.”
Se ne andò con la dignità di chi ha imparato una lezione.
Il signor Berti entrò subito dopo e si sedette sulla poltrona.
“Dottoressa,” disse con sollievo, “finalmente qualcuno che può intervenire dove serve. Là fuori mi hanno rassicurato molto sulle sue capacità.”
La mia collega non fece domande.
Ma fu quel giorno che capì una verità fondamentale:
In certi palazzi del centro, la linea di confine tra una cura canalare e una cura… più personale… è larga quanto un corridoio.
E soprattutto, da quel giorno, iniziò sempre a chiudere bene la porta.
[1] Nota per il lettore scrupoloso: la scena finale dell’equivoco è reale. Il dialogo che la precede è frutto di ricostruzione narrativa. Ma, conoscendo certi pianerottoli bolognesi, non del tutto inverosimile.
[2] Precisazione doverosa: il signor Berti si riferiva esclusivamente a un ascesso dentale, entità clinica ben nota, dotata di pus, pressione interna e cattive maniere. Ogni altra interpretazione appartiene all’immaginazione dell’interlocutore… e del lettore.
[3] Il lettore ricordi che il signor Berti stava parlando di un ascesso dentale in piena fase suppurativa.
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