La poltrona non morde, tu si

La paura del dentista non è innata.
È un’eredità culturale. Si tramanda in famiglia come l’argenteria buona e le ansie irrisolte.

Arriva in studio il signor Alfredo. Cinquantadue anni, dirigente, stretta di mano decisa. Troppo decisa.

“Dottore, glielo dico subito: io non sono uno che ha paura del dentista.”

Non ho ancora toccato uno strumento e lui sente il bisogno di chiarirlo. È un po’ come presentarsi a un controllo fiscale dicendo: “Tengo tutto in regola.”

“Ottimo”, rispondo. “Così lavoriamo con serenità.”

Si siede. O meglio: si posa sul bordo della poltrona come uno che deve ripartire tra cinque minuti.

“È solo un controllo, giusto?”

“Solo” in odontoiatria è una parola ornamentale. Non serve a descrivere, serve a tranquillizzare.

“Certo. Guardiamo, valutiamo… poi decidiamo.”

La poltrona comincia a reclinarsi lentamente. Non lo fa mai in modo brusco. È un movimento studiato, quasi ipnotico. Come se dicesse: fidati. Non succederà nulla che non sia inevitabile.

Alfredo sorride. Il suo corpo no.

“Sa, dottore, io ho una soglia del dolore altissima.”

“Perfetto.”

“Altissima davvero. Mi sono rotto un dito una volta e non ho detto niente.”

“Qui di solito è il contrario. Non si rompe nulla e si dice moltissimo.”

Ride, ma le mani nel frattempo si intrecciano come se stessero cercando un accordo diplomatico tra loro.

Apro la bocca. Non la mia. La sua.

La mandibola scende con prudenza, come se stesse entrando in una stanza sconosciuta.

“Si rilassi”, dico.

È la frase che scatena tutto.

Il corpo interpreta quella frase come un ordine militare. Le spalle si irrigidiscono, il piede destro inizia a muoversi con un ritmo autonomo. Il volto sorride, il sistema nervoso no.

“C’è una piccola carie che meriterebbe attenzione.”

“Quando dice piccola, intende una cosa davvero contenuta oppure è un modo elegante per non allarmarmi?”

“Intendo che è ancora gestibile. Ma i denti, se ignorati, sviluppano ambizioni.”

Lo vedo deglutire.

“Ma secondo lei… è urgente urgente?”

Eccolo. Il tentativo di negoziazione.

“E se aspettassimo un attimo?”

“Un attimo” è un’unità di misura astratta. In odontoiatria coincide con “finché non fa male”.

“No, perché sa, la prossima settimana ho una riunione importante.”

“Possiamo anche rimandare”, gli rispondo. “Ma il problema non si risolve con la meditazione.”

Alfredo sospira, poi si convince da solo.

“No, facciamo subito. Meglio togliersi il pensiero” dice con il tono di chi si offre volontario per un sacrificio rituale.

Preparo l’anestesia. L’ago non è ancora visibile che lui ha già irrigidito l’addome.

“Non la guardo nemmeno”, dice voltando la testa con un’eleganza teatrale. “Preferisco non vedere.”

“Ottima strategia. Funziona molto bene anche con le bollette.”

Il solo vedere la siringa produce effetti fisiologici interessanti. La pupilla si dilata. La mano stringe il bracciolo come se la poltrona potesse decollare.

“Io sono molto razionale, sa.”

“Lo vedo.” Il corpo, nel frattempo, suda.

“Sentirà solo una pressione.”

Sorride, ma le nocche sono diventate bianche.

“Sentirà solo una pressione, nulla di più.”

“Quando dice pressione, intende una sensazione controllabile o una di quelle esperienze che poi si raccontano agli amici?”

“Intendo una sensazione breve e utile.”

Procedo. L’iniezione dura pochi secondi. Lui emette un suono che vuole essere neutro ma assomiglia a un commento trattenuto.

“Tutto procede regolarmente”, gli dico. “Tra poco la zona sarà completamente insensibile.”

“È curioso”, commenta cercando di mantenere un tono razionale. “So che non dovrebbe farmi male, ma il mio corpo reagisce come se stessi per affrontare una prova epica.”

“Il corpo è prudente. Non ama essere sorpreso.”

Durante il trattamento tenta di partecipare attivamente.

“Così va bene l’apertura? Devo inclinare di più la testa?”

“Va benissimo. Se collaborasse così anche con il filo interdentale, sarei commosso.”

Ride. Una risata più sincera, questa volta.

A metà procedura prova l’ultima difesa possibile: l’autoanalisi.

“È strano”, dice con la bocca aperta quanto basta per articolare. “Sono una persona razionale, ma qui sopra mi sento improvvisamente… piccolo.”

“La poltrona ha questo effetto”, gli spiego. “Ridimensiona l’ego e amplifica l’immaginazione.”

Quando finiamo, ci mettiamo meno di quanto lui avesse previsto nella sua simulazione mentale catastrofica.

Si alza lentamente, come chi verifica che le gambe funzionino ancora.

“Devo ammettere che me l’ero immaginata molto peggio. Nella mia testa era diventata una scena drammatica.”

“Succede spesso. Il cinema interiore ha un budget enorme.”

Si guarda allo specchio, tocca la guancia ancora anestetizzata.

“Alla fine non è stato affatto terribile. Anzi, direi quasi sopportabile.”

Lo dice con l’aria di chi ha appena attraversato un confine simbolico.

Mentre si infila la giacca aggiunge:

“Credo che il problema non sia il dolore. È la sensazione di non avere il controllo.”

Annuisco. “Esattamente. Qui sopra bisogna fidarsi. E la fiducia, per alcuni, è più impegnativa della carie.”

Esce con un sorriso leggermente asimmetrico.

Io sistemo gli strumenti e preparo la poltrona per il prossimo adulto convinto di essere impermeabile alla paura.

So già come inizierà:

“Dottore, io non sono uno che ha paura.”

Lo dirà con voce ferma. Mentre il piede batterà.
Mentre le mani si intrecceranno. Mentre il corpo, fedele cronista, racconterà tutto.

Perché la poltrona non morde mai. Non ha mai fatto del male a nessuno.

È un oggetto educato. Siete voi che, appena vi inclinate, tornate improvvisamente sinceri.

Talmente sinceri che iniziate a parlare con Dio…anche se siete atei.