Radio bracket FM

In uno studio come il mio si entra per allineare denti e si finisce per raddrizzare teorie cosmiche. Ho visto arcate dentarie che sembravano mappe del tesoro, madri convinte che un elastico ortodontico potesse tenere insieme anche il carattere del figlio, ragazzi pronti a sopportare mesi di dolore ma non un commento su Instagram.

Poi è arrivato Davide.

Non camminava: perlustrava. Non si sedeva: si posizionava strategicamente. Guardava il mio riunito come se potesse decollare da un momento all’altro.

È stato il primo paziente che non temeva il trapano.
Temeva le frequenze.

È entrato in studio con l’aria di chi ha scoperto qualcosa di enorme e pericoloso: sedici anni, felpa nera anche ad agosto, sguardo vigile come se le lampade al neon potessero trasmettere segnali in codice Morse.

Si è seduto sulla poltrona e mi ha guardato serio.
“Dottore, devo dirti una cosa sull’apparecchio.”

Quando un adolescente smette di vederti come “il dottore” e ti promuove a “complice”, significa che la situazione è delicata.
Io allora gli do del tu sul serio: meglio essere alleati che essere il sistema.

“Dimmi. Si è staccato un bracket?”

“No. Capta.”

“Capta cosa? I Pokémon?”

“Onde radio.”

La madre, dietro di lui, sospirava con quella rassegnazione tipica di chi aveva già cercato su Google “apparecchio ortodontico con interferenze cosmiche”.

“Spiegati meglio”, gli ho detto mentre avvicinavo la lampada.

“La notte sento delle voci. Secondo me il filo metallico funziona da antenna. Prende le frequenze di una radio complottista. Mi arrivano messaggi.”

Ho annuito serio, perché ridere subito è poco professionale. Ridere dopo, invece, è terapeutico.

“Che tipo di messaggi?”

“Che il sistema controlla tutto. Che devo stare attento. Che ci sono segnali nascosti ovunque.”

“Tipo nei compiti di matematica?”

Non sorrideva. Era concentrato.

“Mi dicono di fare cose strane.”

“Che genere di cose?”

“Cambiare abitudini. Non fidarmi. Prepararmi.”

Ho controllato l’arco ortodontico. Era perfettamente in sede. Acciaio medicale, non parabola satellitare.

“Davide, lo sai che questo è un filo ortodontico, vero? Non è un’antenna 5G.”

“Ma è metallo.”

“Anche il termosifone è metallo. Non per questo ti suggerisce di ribellarti al riscaldamento centralizzato.”

La madre tratteneva una risata nervosa. Io continuavo serio.

“Facciamo una cosa semplice, Davide. Se qualcuno volesse mandare messaggi segreti al cervello delle persone, pensi davvero che sceglierebbe il tuo apparecchio? Un filo ortodontico. In bocca. A un sedicenne che già di suo ha più pensieri che molari.”

Ci ha riflettuto. “Però sarebbe furbo.”

“Furbo? Sarebbe complicatissimo. Dovrebbero aspettare che tu venga al controllo, cambiare l’archetto, regolare la frequenza… troppo lavoro. Molto più comodo usare i social: lì entrano direttamente nella testa senza nemmeno chiedere di aprire la bocca.”

Mi ha fissato, ancora poco convinto. “Io le sento lo stesso.”

Ho sospirato. “Se l’apparecchio parlasse davvero, ti ricorderebbe gli elastici tre volte al giorno. Strano che proprio su quello… silenzio radio.”

E lì è entrata in gioco l’esperienza clinica. Ci sono casi che richiedono anni di psicanalisi, terapie complesse, farmaci con nomi impronunciabili. Io avevo una pinza.

“Va bene”, gli ho detto. “Se il problema è di frequenza, interveniamo sulla sintonizzazione.”

La madre mi guardava come se stessi per iscrivermi a un congresso di fantascienza.

Ho modellato leggermente il filo, una variazione minima, quasi simbolica.

“Ecco. Ho cambiato la curvatura dell’arco. Prima era orientato sulle onde basse, quelle catastrofiche. Ora l’ho sintonizzato su una banda più alta.”

Davide mi osservava serio. “Che tipo di banda?”

“Motivazionale. Positiva. Trasmette messaggi tipo: “Studia”, “Bevi acqua”, “Non credere a tutto quello che senti dopo mezzanotte”.”

La madre è scoppiata a ridere. Lui no. Lui era concentrato.

“Funzionerà?”

“Se stanotte senti ancora la radio complottista, torni e la rimodelliamo. Magari passiamo a una stazione jazz.”

Una settimana dopo è tornato.
Stesso sguardo, ma meno teso.

“Allora?” gli ho chiesto mentre si accomodava.

“Capta ancora.”

La madre ha trattenuto il fiato.

“E cosa dice?”

“Dice di fare sport. Di non passare sei ore sui social. Di smetterla di cercare segnali nascosti ovunque.”

Ho annuito soddisfatto. “Ottima emittente.”

“Dice anche che forse non c’è sempre qualcuno che tira i fili.”
“Bravo. Per ora li tiro solo io. E solo per sistemarti l’occlusione.”

Per la prima volta ha sorriso. E con l’apparecchio, sorridere è già un atto di fiducia.

Nella mia carriera ne ho viste tante. Alcuni casi richiedono anni di terapia. Io, modestamente, lavoro con millimetri di metallo.

Raddrizzo denti.
A volte raddrizzo anche frequenze mentali.

E se proprio devo controllare la mente di qualcuno, mi limito a un unico messaggio subliminale, sempre lo stesso:

“Lavarsi i denti dopo i pasti.”

È l’unico controllo che mi concedo.
E almeno questo… migliora il sorriso.