Vengo solo per un controllo.
Lo dicono tutti.
Lo dicono con quella voce tranquilla di chi è convinto che i propri denti conducano una vita onesta.
Certo, rispondiamo noi.
Che in lingua dentistica significa: adesso vediamo.
Il paziente si sdraia. La poltrona scende.
Si rilassi.
Lo diciamo sempre. Non ha mai funzionato una volta, ma è tradizione.
Apre la bocca.
Così va bene?
Ancora un po’.
Così?
Perfetto.
Mentiamo. Non è mai perfetto.
Specchietto. Sonda. Luce che illumina anche i peccati veniali.
Silenzio.
Mmm.
Il paziente si irrigidisce.
È grave? chiede, con una voce che esce già a metà trauma.
No no, diciamo. È solo… interessante.
Parola che non rassicura nessuno.
Fa male qui?
No.
Qui?
Un pochino.
Qui?
Forse.
Perfetto. Abbiamo mappato la paura.
Usa il filo interdentale?
Sì.
Spesso?
Abbastanza.
Cioè?
Quando serve.
Annotiamo mentalmente: mai.
Il paziente prova a parlare mentre abbiamo mezza officina in bocca.
Mmhhfmmhh.
Capisco, rispondiamo. Non è vero, ma aiuta.
È solo un controllo, vero? chiede lui.
Certo, diciamo noi. Solo.
È una parola elastica.
Ci scappa un altro “mmm”.
Perché ha fatto mmm?
Spieghiamo con calma.
C’è una cosetta.
Cosetta, cioè quanto?
Una cosetta che va sistemata.
Traduzione: tornerà.
Alla fine lo rimettiamo in verticale.
Il paziente si guarda intorno come chi è sopravvissuto a qualcosa di breve ma intenso.
Allora?
Nulla di urgente.
Sospira.
Lo sapevo. Era solo un controllo.
Esce sorridendo.
Noi restiamo. Guardiamo la poltrona.
Il prossimo viene solo per un controllo, diciamo tra noi.
Lo dirà serio. Convinto.
Come quelli che entrano al bar dicendo: “Prendo solo un caffè”
e poi ordinano anche il cornetto, l’acqua, e restano mezz’ora.
Noi annuiremo.
Per educazione.
E perché sappiamo già che non sarà solo un controllo.
Lo sappiamo sempre.
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