Il bimbo trapiantato invano
In queste ore si sta facendo un gran parlare della vicenda del bimbo trapiantato di Napoli che, purtroppo, ha perso tutte le speranze. Una storia che stringe lo stomaco, che lascia senza fiato, che fa arrabbiare. E quando il dolore è così grande, è quasi naturale cercare subito un colpevole. Un nome. Un volto. Qualcuno da additare, da condannare, da rinchiudere e buttare via la chiave.
Da quello che finora è emerso, sembrerebbe un grave caso di malasanità. E se così fosse, sarebbe giusto che le responsabilità venissero accertate fino in fondo. Le indagini si faranno, come è giusto che sia. E forse davvero emergerà un errore, una negligenza, una colpa precisa.
Ma forse no.
Perché la medicina non è una scienza esatta. È fatta di protocolli, certo, di competenze, di studio, di esperienza. Ma è fatta anche di variabili imprevedibili, di risposte individuali, di complicanze che si insinuano nonostante tutto sia stato fatto secondo le linee guida. A volte tutti fanno il proprio lavoro con coscienza e professionalità, eppure non basta. A volte si muore anche quando nessuno ha sbagliato davvero.
È difficile da accettare. Soprattutto quando si tratta di un bambino. Soprattutto quando la speranza era stata riaccesa da un trapianto, da un’attesa, da una promessa di futuro.
Chiedere giustizia è legittimo. Pretendere verità è sacrosanto. Ma trasformare il dolore in una caccia alle streghe rischia di aggiungere altro rumore, altra violenza, altra sofferenza.
Aspettiamo con pazienza l’esito delle indagini. E prepariamoci, qualunque sia il risultato, ad accettare anche la possibilità più scomoda: che non sempre esista un colpevole da lapidare. A volte la tragedia è solo tragedia. Ed è già abbastanza devastante così.
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