Il bite compromettente

Nella mia carriera di ortodontista ne ho viste tante. Denti storti, mascelle ribelli, persone che digrignavano i denti solo a sentire il nome del coniuge. Ma c’è una categoria clinica che non compare nei manuali universitari: il bite compromettente.

Il bite, per chi non lo sapesse, è un oggetto apparentemente innocuo. Trasparente, discreto, silenzioso. Entra nella bocca delle persone di notte, quando le difese psicologiche si abbassano. È il custode di tensioni profonde, il testimone muto di pensieri che non si possono dire ad alta voce.

E, a volte, dorme nel letto sbagliato.

La signora Patrizia entrò nel mio studio con quell’aria che riconosco subito: quella di chi non ha un problema dentale, ma un problema… logistico.

Non si sedette subito. Restò in piedi. Le persone che hanno davvero male si siedono. Le persone che hanno paura, restano pronte alla fuga.

“Dottore… è successa una cosa.”

Annuii con calma. “Mi dica. Se riguarda il bite, una soluzione la troviamo.”

Lei si sedette lentamente.

“Ho dimenticato il bite.”

“Capita. È un oggetto che si mimetizza bene. Dove lo ha lasciato? Sul comodino? Nel bicchiere? Nel gatto?”

Mi guardò fisso negli occhi. “In albergo.”

“Signora, in albergo si dimenticano sempre le cose più personali. Il bite in confronto, è quasi elegante.”

Lei abbassò la voce. “Il problema è che non ero con mio marito.”

Ecco. Ora avevamo una diagnosi.

Mi appoggiai allo schienale. “Capisco.”

Silenzio.

“Dottore, secondo lei… se lo trovano… si capisce che è il mio?”

Questa è una domanda interessante. Le persone credono che i loro oggetti parlino. Che tradiscano. Che raccontino storie.

“Signora Patrizia, il bite è una cosa molto personale. Ma non ha il suo nome sopra.”

“Ma è fatto sui miei denti.”

“Esatto. È fedele alla sua bocca. Ma non è un delatore.”

Lei si agitò. “E se mio marito lo scopre?”

“Suo marito controlla abitualmente gli alberghi che lei frequenta senza di lui?”

“No, ma…”

“Allora direi che il bite, per ora, è al sicuro.”

Lei sospirò, ma non era ancora finita.

“Dottore… si può fare qualcosa?”

Questa è la frase che apre scenari infiniti.

“In che senso?”

“Un altro bite.”

Annuii. “Certamente. Tecnicamente è possibile.”

Lei si avvicinò. “Ma identico.”

“Signora Patrizia, il bite non è un oggetto decorativo. Non è un duplicato qualunque. È costruito per guidare la mandibola a muoversi nel modo giusto, per far scorrere i condili lungo un tragitto corretto. Serve a far lavorare bene le articolazioni, a far sparire dolori, rumori, scatti… è una piccola guida notturna per rimettere ordine.”

“Quindi non può essere identico?”

“Può somigliargli. Ma ogni bite è costruito per guidare la mandibola in una fase precisa del suo equilibrio. Se cambiano i movimenti, se cambiano le tensioni muscolari, cambia anche il percorso che deve accompagnare.”

“Io però non ho niente di diverso.”

La guardai con la calma di chi, per mestiere, ascolta articolazioni prima ancora delle parole.

“Non parlavo di lei come persona, signora. Parlavo dei suoi movimenti. Le articolazioni temporo-mandibolari si adattano continuamente. Basta una tensione in più, un periodo più stressante, anche solo un modo diverso di chiudere la bocca. La mandibola registra tutto.”

Rimase in silenzio.

“Il bite serve proprio a questo: a rimettere ordine nel percorso. Ma se il percorso è cambiato, anche di poco, non possiamo pretendere che sia identico a prima.”

Lei rimase in silenzio.

“Il bite serve proprio a questo: a ricentrare i movimenti, a riportare il condilo sulla strada giusta. Quando il percorso è corretto, spariscono i dolori. E anche i rumori.”

“Sta dicendo che…”

“Sto dicendo che, a volte, non è il bite che deve essere identico. È il movimento che deve tornare funzionale.”

E sorrisi. Perché le mandibole, come le persone, possono anche negarlo. Ma quando iniziano a fare rumore, significa che qualcosa si è già spostato.

Silenzio.

Poi aggiunse, quasi sussurrando: “Se mio marito vede che non ce l’ho più, farà domande.”

“I mariti fanno sempre domande. È il loro modo di partecipare senza capire.”

Lei mi fissò. “Cosa devo fare?”

Questa è la parte delicata del mio lavoro. Le persone non vogliono soluzioni cliniche. Vogliono soluzioni narrative. Vogliono una storia credibile.

“Signora Patrizia, prima di tutto dobbiamo accettare una verità: il bite non si è perso. Ha cambiato residenza.”

Lei trattenne un sorriso nervoso.

“Secondo: possiamo farne uno nuovo. Ma non cancellerà il precedente. Sarà il suo successore.”

“Successore…”

“Sì. Più giovane. Più allineato alla sua situazione attuale.”

Lei respirò più lentamente.

“Dottore, ma secondo lei… è grave?”
“Per la mandibola no. Per il matrimonio… dipende da chi trova il comodino.”

Lei mi guardò come se fossi improvvisamente diventato più utile di uno psicologo.

“Facciamolo.”

Presi le impronte. Il materiale freddo entrò in bocca. È un momento molto simbolico: la persona non può parlare. Deve fidarsi.

Quando finii, lei mi guardò.

“Dottore… lei ne ha viste tante, vero?”

Annuii.

“Le persone dimenticano spesso il bite in albergo?”

“Il bite è un oggetto disciplinato: va dove c’è tensione… e ogni tanto resta dove la tensione si è sciolta un po’ troppo bene.”

“E poi?”

“Poi non è più un dispositivo medico. Diventa un indizio. E a quel punto bisogna decidere se recuperarlo… o cambiare versione.”

Lei rise. Era la prima risata sincera.

Una settimana dopo tornò a ritirarlo.

Glielo consegnai. Lo prese con delicatezza.

“Questo è il suo nuovo equilibrio”, dissi.

Lei lo guardò come si guarda una seconda possibilità.

“Dottore… e quello vecchio?”

La guardai.

“Signora Patrizia, quello vecchio ha fatto il suo lavoro.”

“Quale lavoro?”

“Le ha ricordato che anche i denti, ogni tanto, prendono strade indipendenti.”

Lei rimase in silenzio.

Poi sorrise.

Nella mia carriera ne ho viste tante.

Io mi occupo di denti. Non faccio lo psicologo.

Se poi i denti finiscono in situazioni complicate, non è affar mio.

Io fornisco bite. Non alibi.

Servono a proteggere e guidare i denti durante la notte.

E, a volte, a proteggere le storie durante il giorno.

Perché un bite, alla fine, è come certe verità:

funziona solo se resta a bocca chiusa.

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