Osvaldo e il principio di sfiducia universale
Da noi vengono pazienti ansiosi, scrupolosi, ipocondriaci. Ma Osvaldo era un’altra categoria: lui non era diffidente, era strutturalmente sospettoso. Se un semaforo diventava verde, Osvaldo doveva prima controllare che non fosse un complotto.
Arrivò nel mio studio dopo aver fatto un frontale a piedi contro un palo nella nebbia. Non un’auto, non una buca: un palo fisso, immobile, registrato al catasto.
“Dottore, quel palo era messo male”, mi disse con aria indignata. “Con quella nebbia non si vedeva niente. Secondo me non era a norma.”
“Era fermo, Osvaldo.”
“Appunto. Troppo fermo. Sospetto.”
Il risultato del duello era un incisivo laterale traumatizzato, dolente e ormai candidato alla devitalizzazione. Quando pronunciai la parola, Osvaldo mi guardò come se avessi proposto un esproprio.
“Devitalizzare significa che lei toglie la vita al dente, giusto?”
“Significa che tolgo il nervo che le sta facendo passare notti difficili.”
“Ma dopo il dente resta vivo o è una specie di zombie?”
“Resta un dente tranquillo. Che non urla.”
Ci volle pazienza. Ma molta. Gli spiegai la procedura, i benefici, i rischi reali e quelli immaginari. Alla fine accettò, ma con l’aria di chi firma un contratto convinto che sotto ci sia scritto qualcos’altro in caratteri invisibili.
Dopo la devitalizzazione gli spiegai che, essendo stato traumatizzato, quel dente sarebbe diventato più fragile e che una capsulina lo avrebbe protetto dal rischio di frattura.
Osvaldo mi guardò in silenzio, poi disse: “Un’altra cosa cementata nella mia bocca? Non mi sembra prudente. E se poi non mi piace?”
“Non è un tatuaggio, è una protezione.”
“Dottore, io non mi fido nemmeno delle chiavi di casa. Figuriamoci di un oggetto incollato permanentemente.”
Se ne andò soddisfatto della sua libertà dentale. Io sapevo già che ci saremmo rivisti.
Infatti, un mese dopo, lo rivedo entrare in studio con l’aria di chi ha visto l’abisso e non gli è piaciuto.
Mi raccontò che era seduto in una paninoteca con tre amici, atmosfera tranquilla, birre appena arrivate e discussioni inutili ma sentite, quando uno di loro, con l’entusiasmo di chi ha fatto una scoperta gastronomica epocale, gli aveva detto: “Osvaldo, devi assolutamente assaggiare questo panino. È lo speciale della casa, te lo garantisco io.”
Frase pericolosissima: te lo garantisco io.
Osvaldo mi spiegò che in genere non si fida nemmeno delle garanzie scritte, figuriamoci di quelle verbali, ma quella sera, forse complice la fame o la pressione sociale, aveva deciso di concedersi un atto di fiducia controllata. Aveva preso il panino, lo aveva osservato con attenzione investigativa, aveva annusato l’aria come un sommelier sospettoso e poi, con aria determinata, aveva dato un morso deciso, di quelli che servono a dimostrare che si è perfettamente a proprio agio.
Mentre masticava e faceva un’analisi mentale degli ingredienti, notò che uno degli amici, seduto di fronte a lui, stava lentamente cambiando colore. Non era un’espressione metaforica: stava proprio sbiancando, come se qualcuno gli avesse abbassato la saturazione.
“Osvaldo…” aveva detto quello con una voce improvvisamente sottile.
“Che succede?” aveva risposto lui, ancora impegnato a valutare la croccantezza del pane.
L’amico non distoglieva lo sguardo dal panino. “Forse dovresti fermarti un attimo.”
“Perché? Che c’è?” aveva chiesto Osvaldo, con la bocca ancora piena.
L’altro deglutì e indicò con cautela il panino. “C’è qualcosa che non dovrebbe esserci.”
“Un capello?” aveva ipotizzato Osvaldo, già pronto a indignarsi con moderazione.
“No. Molto più solido.”
A quel punto anche gli altri avevano iniziato a fissare la scena con un silenzio innaturale. Osvaldo aveva abbassato lo sguardo e, tra la maionese e una foglia di lattuga, aveva visto spuntare qualcosa di inequivocabile.
“Ragazzi… quello è un dente”, aveva detto uno, con la lucidità di chi constata un evento biologico.
E lì la situazione aveva preso una piega decisamente personale.
Il cameriere era stato chiamato. Il tono si era alzato. L’amico era indignato, convinto di aver trovato un reperto biologico nella maionese.
Osvaldo invece aveva iniziato a ridere.
“Ma è fantastico! Un dente nel panino! Almeno è proteico!”
Rideva. Rideva da solo.
Poi aveva notato che nessuno lo seguiva. Silenzio. Sguardi fissi su di lui. Con una lentezza drammatica aveva passato la lingua sull’incisivo laterale.
Il vuoto.
“Dottore, in quel momento ho capito che la filiera corta ero io.”
Il giorno dopo era seduto davanti a me con un’umiltà nuova.
“Mettiamo la capsulina”, disse. “Non discutiamo più.”
Quando preparai il dente di Osvaldo, lo feci con quella precisione quasi affettiva che si riserva alle cose che devono durare più delle convinzioni del paziente.
Ridussi correttamente il moncone, rilevai l’impronta con tutti i crismi, controllai colore, forma e proporzioni, spiegandogli ogni singolo passaggio perché con Osvaldo non si lavorava soltanto sulla bocca: si lavorava sulla sua necessità patologica di controllo.
Lui seguiva ogni gesto come un ispettore inviato dal Ministero dell’Incertezza, annuendo lentamente ma con lo sguardo di chi sta archiviando prove.
Come da procedura, prima dell’arrivo della corona definitiva realizzata dal laboratorio, gli applicai una capsulina provvisoria cementata con un cemento temporaneo, quindi volutamente debole, pensato apposta per poter essere rimosso facilmente al momento della consegna del manufatto definitivo.
Questo passaggio, naturalmente, non lo preoccupò: l’idea di qualcosa di temporaneo, reversibile e rimovibile si sposava perfettamente con la sua filosofia di vita.
Il problema nacque quando, qualche settimana dopo, arrivò dal laboratorio la corona definitiva, perfettamente rifinita, lucida, precisa, pronta per essere cementata in modo stabile.
Gliela provai, controllai i contatti, l’occlusione, l’estetica; era perfetta. Io ero soddisfatto, l’odontotecnico sarebbe stato orgoglioso, persino l’incisivo sembrava aver trovato una nuova dignità. Fu in quel momento che Osvaldo, seduto sulla poltrona con la serietà di chi sta per firmare un trattato internazionale, mi disse con tono cauto: “Dottore, prima di procedere, vorrei capire bene cosa significa cementazione definitiva.”
Gli spiegai con pazienza che il cemento definitivo è progettato per garantire stabilità, protezione e durata nel tempo, e che proprio perché il dente era stato devitalizzato e quindi più fragile, quella stabilità era la scelta più sicura.
Mi ascoltò in silenzio, poi sospirò. “E se tra un anno decidessi di cambiare colore? Mettiamo che il bianco naturale non sia più di tendenza e si torni a tonalità più calde. Oppure se uscisse un materiale più innovativo? Non vorrei restare vincolato a una tecnologia superata.”
“Osvaldo,” risposi mantenendo una calma professionale, “non stiamo installando un software. È un dente.”
“Proprio per questo non voglio decisioni irreversibili.”
Gli spiegai che, tecnicamente, si può cementare anche una corona definitiva con cemento provvisorio, ma che quella è una soluzione temporanea che deve essere sostituita nel breve periodo con il cemento definitivo, perché altrimenti il rischio di decementazione aumenta.
“Preferisco così,” concluse con la serenità di chi ha appena evitato un matrimonio indesiderato.
Cementai quindi la corona definitiva con cemento provvisorio, raccomandandogli di tornare entro massimo un mese per la cementazione corretta e definitiva. Lo guardai negli occhi e aggiunsi, con una punta di ironica preveggenza: “Nel frattempo mastichi con prudenza e magari tenga una distanza di sicurezza dalle paninoteche.”
Lui annuì con quell’aria di superiorità tipica di chi è convinto che le disgrazie capitino sempre agli altri.
Passò un mese. Poi due. Poi tre. Al quarto mese la porta del mio studio si aprì con un’energia che non prometteva nulla di buono.
Osvaldo entrò pallido, visibilmente scosso, e si sedette senza nemmeno salutare. “Dottore, è successo quello che lei temeva, ma in modo molto più grave.”
“La corona si è staccata?” chiesi, già sapendo la risposta.
“Non solo si è staccata. L’ho ingoiata.”
Lo disse con la solennità di chi confessa un crimine finanziario.
“Ha dolore?” domandai.
“No, ed è questo che mi terrorizza. Non sento nulla. Potrebbe essere ovunque.”
Gli spiegai, con la pazienza che si riserva ai casi clinici e alle crisi esistenziali, che la corona è liscia, di dimensioni contenute e biologicamente inerte, e che il suo organismo è perfettamente in grado di gestire l’evento senza trasformarlo in una tragedia chirurgica.
“E se perfora qualcosa?”
“Non perforerà nulla.”
“E se resta bloccata in qualche ansa intestinale, silenziosa ma minacciosa?”
“Osvaldo, l’unica cosa da fare è attendere che la natura segua il suo corso.”
Mi fissò in silenzio, poi chiese con voce più bassa: “Sta dicendo che devo controllare… l’evoluzione?”
“Esattamente.”
Non scesi nei dettagli. Non ce n’era bisogno.
Tre giorni dopo tornò, questa volta con un’aria trionfante e una scatolina di plastica ben sigillata. La aprì davanti a me come un esploratore che mostra un reperto prezioso.
“Recuperata. Ho seguito un protocollo rigoroso: guanti, strumenti adeguati, lavaggi multipli con detergente neutro e disinfezione accurata. Posso garantire la massima igiene.”
La guardai. Era effettivamente la sua corona.
“Adesso la voglio cementata definitivamente,” dichiarò con una determinazione nuova. “Voglio il cemento più forte che ha. Voglio qualcosa che non si muova nemmeno sotto interrogatorio.”
Lo preparai per la cementazione definitiva, quella vera, quella che si fa quando finalmente si è capito che non tutto può restare provvisorio.
Quando finii e gli feci chiudere la bocca, lo vidi sorridere allo specchio con una soddisfazione quasi filosofica.
“Sa qual è la cosa che mi ha spaventato di più?” mi disse.
“Cosa?”
“Non averla più sotto controllo.”
Sorrisi.
“Osvaldo, il problema non era la corona. Era l’illusione di poter controllare tutto, anche quando ha già deciso di fare il suo percorso.”
Mi guardò serio, poi scoppiò a ridere.
“Dottore, lei aveva ragione fin dall’inizio.”
“Lo so.”
“La prossima volta che mi dice definitivo… io firmo subito.”
“Ottimo,” risposi. “Così evitiamo che il controllo qualità debba passare di nuovo per l’apparato digerente.”
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