La notte prima dell'appuntamento
La notte prima dell’appuntamento dal dentista non è una notte. È un seminario intensivo di paranoia applicata.
Il signor Alberto va a letto convinto di essere un uomo equilibrato.
“Domani è solo un controllo”, dice alla moglie mentre spegne la luce con l’aria di chi ha appena chiuso un bilancio aziendale.
La parola “solo” è una droga a rilascio rapido. Funziona perfettamente per sette minuti.
Alle 23:08 sente qualcosa.
Un micro-fastidio che di giorno era educato come un impiegato comunale, ma che di notte si trasforma in un artista drammatico.
Prima non c’era, pensa.
“Secondo te si può sentire qualcosa anche se non c’è niente?” chiede nel buio.
La moglie, che stava già entrando nella fase REM, risponde con voce ovattata: “È normale sentire qualsiasi cosa quando sai che domani hai un appuntamento col dentista.”
“No, ma questa è diversa. È più… interna.”
Alberto si gira su un fianco. Poi sull’altro. Ogni posizione è un test clinico improvvisato. Si tocca la guancia con aria scientifica.
“Qui c’è qualcosa.”
“È la tua faccia”, dice la moglie senza aprire gli occhi.
“Non scherzare. Se domani mi dice che è una cosa seria? Se fosse una di quelle situazioni che sembrano piccole e poi invece…”
“Se fosse qualcosa di nascosto? Quelle cose che non danno sintomi fino all’ultimo momento?”
Eccolo. È partito il film.
Ricorda l’amico che “non sentiva niente” e poi “hanno dovuto intervenire”. Non si sa bene come, ma “intervenire” è una parola che contiene trapani immaginari e parcelle impreviste.
Alle 00:45 Alberto è in bagno davanti allo specchio con la bocca spalancata come un turista davanti al Colosseo.
“Non vedo nulla di strano”, dice tornando in camera con aria sospetta.
“Non vedi niente perché non sei un dentista, Alberto. E soprattutto è ora di dormire.”
All’una inizia la fase delle decisioni solenni.
“Da domani uso il filo interdentale ogni sera. Con metodo. Con disciplina.”
“Come l’abbonamento in palestra?” chiede lei.
“No, questa volta sul serio.”
Alle due il fastidio sparisce. Alberto si rilassa.
“Vedi? Mi sono suggestionato. È tutto nella testa.”
La moglie annuisce nel sonno.
Alle due e dieci il fastidio torna. Ma cambia carattere.
“Non è più superficiale”, annuncia con tono clinico. “Adesso è più profondo”, annuncia con voce grave.
“Alberto, sono le due di notte. Anche tu di solito sprofondi a quest’ora.”
Lui si mette seduto sul letto.
“Se fosse qualcosa che ha lavorato in silenzio per anni? Io magari l’ho ignorato e adesso…”
La moglie si alza anche lei. Non per solidarietà. Per esasperazione.
“Adesso cosa?”
“Ti rendi conto che stiamo litigando per un molare che forse non ha nulla?”
“E poi sono quasi le tre del mattino. Basta, dormiamo, io domani devo alzarmi alle sette.”
“Non è un molare, è un premolare. O forse un incisivo laterale. Si sposta.”
“Si sposta perché ti giri ogni trenta secondi!”
Alle tre inizia la crisi matrimoniale.
“Se tu non mi avessi detto di rimandare l’ultima volta…”
“Io? Sei tu che hai detto: “Tanto non fa male.”“
“Sì, ma tu hai annuito.”
“Annuisco sempre quando parli di denti, non significa che approvi.”
Alberto si alza di nuovo, va in cucina, beve acqua come se stesse idratando una tragedia.
“Secondo te si può morire per un’infezione dentale non trattata?”
“Secondo me si può morire per mancanza di sonno se continui così.”
Alle quattro fa un bilancio della vita. Ripensa a tutte le volte che ha rimandato il filo interdentale trattandolo come una leggenda urbana. Ripensa a quella caramella dura. A quel controllo saltato. A quel “ci vado il mese prossimo”.
Alle cinque la stanchezza li rende sinceri.
“Ho paura”, dice Alberto finalmente.
Non del dolore. Della diagnosi. Di quella frase che potrebbe iniziare con “Purtroppo”.
La moglie si ammorbidisce.
“Non sarà niente di grave. E se anche fosse qualcosa, lo sistemi. Per questo vai dal dentista.”
“Sì, ma se mi dice che ho aspettato troppo?”
“Allora ti dirà di non aspettare più. Non ti arresta.”
La sveglia suona. Alberto non ha dormito. Ma è pronto. Pronto come chi ha attraversato una notte epica.
Arriva puntuale. Sempre puntuale. I pazienti che hanno passato la notte a immaginare tragedie arrivano con dieci minuti di anticipo. È un modo per dimostrare maturità.
Si siede e mi guarda con l’aria di chi ha attraversato una tempesta.
“Stanotte è stata complicata”, mi dice con gravità.
“Me lo immaginavo”, rispondo con la serenità di chi ha visto molte notti drammatiche finite in nulla.
“Mi faceva male. Poi non mi faceva male. Poi di nuovo sì. In modo diverso.”
“I denti hanno una vita notturna molto attiva”, gli spiego.
Mi racconta tutto. Il fastidio, la scomparsa, il ritorno, il dibattito coniugale, il premolare migrante.
Lo faccio accomodare sulla poltrona. La poltrona si inclina lentamente con eleganza. Alberto invece si irrigidisce e le mani stringono i braccioli come se stessi per lanciare il conto alla rovescia.
Esamino con calma. Con attenzione. Con quella lentezza che aumenta la tensione.
“Allora?” chiede trattenendo il fiato.
“C’è una carie molto piccola.”
Resta immobile.
“Piccola quanto?”
“Piccola nel senso che si sistema in un tempo inferiore alla vostra discussione notturna.”
La moglie, che ha insistito per accompagnarlo “solo per sicurezza”, sospirando alza gli occhi al cielo.
“Quindi abbiamo litigato quattro ore per una carie minuscola?”
Alberto si aggiusta la giacca con un orgoglio leggermente ammaccato.
“Era una questione di principio.”
“Era una questione di panico”, replica lei.
Io sorrido.
Nella mia carriera ho capito che il dente raramente è il vero protagonista.
Il protagonista è la notte.
Perché il dolore, quando arriva, fa il suo lavoro.
Ma l’immaginazione…
quella lavora gratis, tutta la notte, senza anestesia.
E spesso, quando il paziente mi dice: “Dottore, avevo una paura terribile”,
io penso sempre la stessa cosa:
Non avete paura del dentista.
Avete paura di rimanere svegli con voi stessi.
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